lunedì 24 novembre 2014

Conversazione con Gianfranco Setzu / artista e designer

Intervisto Gianfranco Setzu dopo alcuni anni dal nostro primo incontro. Ci incontriamo in chat. Trascrivo la conversazione così come è avvenuta, inserendo qua e là, più per vezzo che altro, alcuni passaggi.
Ultimamente il lavoro di Setzu si basa sull'idea d’intimità nei social network. Ad esempio in “Intimity” il protagonista è Drop, una goccia di liquido indefinito, il prodotto finale di emozioni e sensazioni. 
Morfologicamente ha una certa somiglianza con il puntatore di Google Maps, a me ricorda Mr. Dob il topolino con sembianze stilizzate di Murakami. L'operazione di Setzu non è distante dalla medesima logica Pop, invasiva e liquida. E' solo una questione di dimensioni commerciali.
 Drop è un moderno emoticon da social network, simboleggia il singolo e l’idea di società di massa, gioca e ironizza su temi e logiche sociali. 
Per fortuna la connessione è lenta. Con Gianfranco non potevamo che conversare in chat!

INIZIAMO:
 A.R.C. Noi ci siamo conosciuti nel 2001 proprio in occasione di un'intervista su Ziqqurat, ripartiamo da allora. 
Per me eri un giovane artista sconosciuto, eppure già così interessante. Il tuo lavoro da allora è giustamente cambiato molto. Il medium dell' immagine è sempre lo stesso, ma si è asciugato, è più sintetico. Usavi le foto al fine di raccontare storie, lo fai anche oggi.
GF.S. Va detto che da quell' intervista c'è stata la Laurea, il Master in Domus Academy, la vita milanese, il lavoro al Man , insomma, un sacco di esperienze.
Comunque, sono d' accordissimo, meno retorica, fronzoli, meno sporcizie. Si è vero, il medium rimane “alla base” sempre fotografico. L' intento è sempre quello di far veicolare messaggi e idee. La foto è parte indispensabile di tutti i miei progetti, che partono sempre da scatti e immagini fotografiche, ma che decido sempre di asciugare con il segno grafico, che sento più congeniale al raggiungimento del mio scopo: comunicare.

A.R.C. Nel 2012 ti invitai a “In fila per due...” il tuo lavoro si chiamava “Intimity”, il protagonista era Drop raccontami di quel progetto?
GF.S. Il Drop è un gioco molto divertente. E’ nato con il desiderio di creare una stripe day by day. Ti racconto meglio.
David Hockney aveva una stripe day by day dove pubblicava, su FB e Twitter, i suoi bellissimi disegni fatti con l' iDap.
Ho trovato fosse geniale comunicare con quella velocità e immediatezza. Allora ho ideato un progetto che comunicasse la mia idea, in modo fresco e giocoso, senza essere stupidamente ancorati a retaggi o presupposti. Insomma FUN.
Ho ideato DROP: una gocciolina che somiglia al puntatore di Google Maps, ma con un espressione divertente, lineare e pulito, come una gocciolina. Tutti si divertono. E’ colorato e all' inizio sembra che non racconti nulla, se non il suo essere divertente. Oltre che su Fb e Twitter pubblicavo anche sul blog http://the-drop-project.tumblr.com/, bloccato su  I'm speechless: senza parole.



A.R.C. Raccontami cos'è la stiker invasion Dieter Rams?
GF.S. E’ un progetto di un paio di anni fa che ha avuto un buon successo internazionale.
Mi sento assolutamente legato alla lezione di design di Dieter Rams, uno dei padri del minimalismo e dell' interaction design.
Ho scoperto Dieter Rams in un numero di Domus, quando avevo 14 anni, sin da allora ho trovato che le sue parole fossero illuminanti, non solo nel design (che è la mia professione e passione), ma anche nella cultura che esprime ogni oggetto e immagine. Ho subito fotocopiato il Domus con suoi 10 dettami per un buon design, e da allora sono sempre con me.

A.R.C. Cosa diceva che ti ha così colpito?


Nel 2011 decido di dare a Diret Tams un senso nuovo e lo trasformo in uno stiker con una T-shirt bianca, super minimale che le persone per strada potevano personalizzare scrivendoci sopra cosa amavano.
Ho iniziato ad attaccarlo in giro dove andavo Milano, Londra, Zurigo e poi ho coinvolto amici e designer. Ha iniziato ad avere risvolti personali divertenti, perchè chiedevo a tutti di fare sharing dei loro stickers, e tutti hanno condiviso in FB. Comunque, è iniziato per passione.


A.R.C. Ne ho una a casa mia, nel mio salottino... l'ho avuto da Marcello.

GF.S. E non lo condividi ???
Ha affascinato Design Boom, il blog di design più importante al mondo, poi è stato pubblicato da ELLE Korea, poi mi hanno chiesto subito lo sticker per costumizzarlo, poi a New York da Vitsoe, un brand che produce un mobile di Dieter Rams. e poi molte altre pubblicazioni e mostre in giro !!!


A.R.C. Hai detto che hai iniziato nel 2011, lo sharing va ancora avanti?

GF.S. Il progetto non è finito, dove posso, ancora attacco i miei stickers e ripasso. Mercoledì scorso una ragazza polacca mi ha chiesto di pubblicare!!!

A.R.C. Come funziona? Io ne ho solo uno, come posso condividerlo? Spiegami, qualche lettore potrebbe aver voglia di fare sharing.
GF.S. Adesso fanno così: se vogliono partecipare, lo stampano lo completano e lo attaccano.
A me capita di lasciare gli sticker in giro. All' ultimo salone del mobile, alla mia mostra ne ho lasciati un po’ e sono spariti in un attimo !!!!

A.R.C. Quale mostra?
GF.S. Ho presentato la mia collezione "Almost useless", fra gli eventi del Fuorisalone, durante la DesignWeek, del Salone del mobile 2014.


A.R.C. In cosa consiste?
GF.S. Ecco il link per dare un occhiata ai progetti esposti: http://almost-useless.blogspot.it/2014/04/vanitas-felt-skull-di-gianfranco-setzu.html

Da designer ho sempre auto-prodotto i miei oggetti, sviluppando sempre colloqui interessanti e fruttuosi con aziende, su range di oggetti in edizione limitatissima, che avessero un forte impatto comunicativo e un forte background culturale. Da designer autorprodotto, mi trovo essere più MAKER, una sottocultura che si è sviluppata sopratutto in America e Inghilterra, che vede il designer non più solo ideatore , ma costruttore egli stesso degli oggetti, non con un ottica artigianale, ma usando lasercutting e stampanti 3D, caricandoli di valori aggiunti. Diverso dal concetto di artigianato, che si rifà a stilemi del passato. Proiettato nel futuro.


A.R.C. Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?
GF.S Cerca tipologie di lavoro e di approccio ai materiali nuovo. Lavoro con il computer ed uso prevalentamente stampa, taglio laser e tampante 3D. Professionalmente sviluppo i progetti che posso seguire con attenzione e cura, essendo certo che in ogni parte del processo produttivo ci sia un forte apporto di valore aggiunto culturale. A esempio i tappeti.

A.R.C. Fammi un esempio di un progetto che hai particolarmente amato e che è ben riuscito anche per gli altri? Dimmi dei tappeti.
GF.S. Li ho progettati con il computer, secondo le mie logiche estetiche, e ho sviluppato il progetto a Samughero, con una bravissima tessitrice che ha fatto tutto a mano. Abbiamo scelto insieme come modulare i colori e la grossezza della trama. E’ un progetto di quest’anno. E’ stato bellissimo lavorare con gli artigiani, mi hanno regalato la loro visione e io ho giocato con i materiali e le forme, riuscendo a creare un tappeto sardo contemporaneo, fuori dagli schemi e dai clichè, anzi, che gioca con la cultura pop contemporanea. Pensa uno ha i brand di Louis Vuitton, Fendi e Gucci ... ma è un tappeto sardo!
La signora che tesseva, alla fine del lavoro ha visto il tappeto con i logo dei brand e ha riso un sacco. Alla fine lo voleva anche lei !!!!
A.R.C. Come è nata l'idea, da te o da loro?
GF.S. Tutto è nato da me. E’ autorpodotto, esposto fra gli eventi del Fuorisalone senza nessun contributo regionale e statale.
Ci sono anche le bellissime coccarde e i cuscini di Monica (Casu), anche i suoi autoprodotti e, bellissimi.
Monica è stata la guest designer dell' evento.

A.R.C. Raccontami l'incontro con la tessitrice...hai bussato alla porta e cosa hai detto? Voglio fare un tappeto pop con lei?
GF.S. No, era la mia compagna di corsia in piscina a Samugheo... strana la vita !!!

A.R.C. Ah ah bello! Raccontami
GF.S. Lo spazio No Name Space di Milano mi ha proposto un evento personale, e io ho deciso di sviluppare progetti che raccontassero anche la mia dimesione culturale sarda, e ho deciso di sviluppare con un tappeto e delle ceramiche. L’idea era che avessero una fattura artigianale, con l’apporto spiazzante e dissacrante del mio segno. Sui tappeti ho giocato con insetti, teschi e brand di moda; sulle ceramiche ho giocato sul trend di fotografare piatti di cibo e condividerli nei social media.

A.R.C. Quelli che da un po' di tempo caratterizzano il tuo stile...
GF.S. Sì, è vero, sono davvero dei richiami continui, ma sono onesto, e non faccio sofismi, mi piace giocare con la mass culture.

A.R.C. Dimmi delle ceramiche, dicevi?

GF.S. Le ceramiche si chiamano “INTAGRAMER”.

Su tutti i social media si postano foto dei piatti colmi di delizie ...comunque, le ceramiche, sono state tornite da una bravissima artigiana di Usellus, che ha seguito il mio progetto super basic (e qui torna Dieter Rams), su cui ho dipinto.
Sì, ho dipinto a mano, una damina che Hayez aveva fatto con un' aria malinconica, che sembrava piangesse nell' attesa di qualcosa.  L'ho ridisegnata con il mio tratto e le ho messo in mano uno smartphone, così la damina di Hayez ha lo smartphone e un “I like” di Instagram o Facebook; perciò il piatto e il bicchiere hanno la damina che aspetta cuoricini e manine con il pollice sollevato. A Milano è piaciuta un sacco!
Ovviamente ho già fatto la mia foto su Instagram con la damina e i maccheroni sopra !!!

A.R.C. E’ molto interessante il fatto che solo soletto stai coinvolgendo artigiani in un progetto di valorizzazione del lavoro tradizionale.
GF.S. Sì, è un pò folle e titanico ... ma non esistono istituzioni con cui colloquiare.
C'è sempre, in tutti i miei lavori la componente ironica, sarcastica e giocosa, mi piace che le persone che utilizzano i miei oggetti abbiano sempre uno spunto culturale.

A.R.C. Qual'è stato il tuo primo progetto di design?
GF.S. Avevo 18 anni , e ho progettato una lampada con un basamento scultoreo , ma con un forte taglio progettuale, ero ancora studente all' istituto d' arte, e il mio prof di allora decise di farlo partecipare al primo concorso “Nivola” di scultura. Ero proprio un pischello, e mi sono classificato benissimo. Ma da molto prima, il progetto e il design erano davvero la mia passione vitale, ma in quel momento sono diventati chiari a me stesso che la ricerca culturale dovesse orientarsi sull’oggetto.

A.R.C. E l'Accademia come è stata rispetto a questo tuo talento progettuale?
GF.S. L' Accademia mi ha dato infinite competenze culturali e di rabbia, rabbia è importante, ho avuto tante fortune ad incontrare docenti validissimi, ma anche a scontrarmi con sistemi che mi hanno dato coscienza,voglia e rabbia. Non si fa nulla se tutto va bene e tutto ti piace, è indispensabile avere un carattere deciso.
Poi ho fatto Domus Academy, a Milano. Ho avuto una borsa di studio ed ho mandato il mio curriculum a Domus Academy, che all' epoca era super seletiva e molto esigente, ho spedito i miei primi progetti, loro sono rimasti entusiasti. Figurati, mi hanno preso per giapponese, il mio cognome trae in inganno.


A.R.C. Sì, mi ricordo me lo raccontasti... Setzu -san.
GF.S. Loro hanno amato subito il mio design e mi hanno preso. Eravamo solo 3 italiani in una classe di 50.
Per me è stata una lezione di vita assoluta. E' stato una esperienza importante, ho avuto la fortuna di confrontarmi con tutti i designer che amavo con docenti come Andrea Branzi , De Lucchi, Marina Abramovic , Boroulec, Lissoni , Giovannoni è stata un’ esperienza fondamentale. Poi ho fatto l' assistente a Stefano Pirovano e poi è iniziata la mia avventura al Man, un’ altra importantissima lezione!
In quel periodo, era il 2004, spedivo dei piccoli progetti a diverse aziende e designer che mi piacevano, per creare un contatto, mi capitò di inviarlo anche al Museo Man, allora la direttrice era Cristiana Collu. Ci sentimmo e ci incontrammo a Nuoro, nacquero subito idee di collaboazione, per me è stata una grandissima lezione ed esperienza.

A.R.C. Di cosa ti occupavi? Della grafica?

All' inizio mi sono occupato del sito web, quello fighissimo con i cassettini, tutto bianco. Ha avuto un sacco di successo. 
Pensa che la settimana scorsa un designer mi diceva che se lo ricordava ancora. Ebbe subito un fantastico riscontro, poi feci la comunicazione per il museo Man su tutte le testate nazionali, e quello fu davvero dirompente, piacque a tutti con un forte riscontro, e poi mi venne affidata la comunicazione del dipartimento educazione.
Ideai un toy "omineddu mannu".
Un Natale mi venne chiesto di ideare un biglietto con quella linea grafica. Addirittura Giovanni Lilliu si complimentò!

www.behance.net  https://www.behance.net/gallery/17331931/OMINEDDU-MANNU-project-2004_2006-for-MUSEO-MAN-Nuor
 La collaborazione si chiuse a metà del 2006.


GF.S.  Monica e io abbiamo un blog ecco il Link: http://www.480u7.com/

GF.S. Grazie Anna.
A.R.C. ...di niente, ci sentiamo. Grazie a te.

A.R.C.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

link correlati:
CONTEMPORANEAMENTE, 10  Giornata del Contemporaneo

Ziqqurat n°5 intervista


In fila per due...  2011-2012
Catalogo Versione PDF
Catalogo Versione ISSUU
 


giovedì 20 novembre 2014

Conversazione con Antonella Spanu / artista e designer

Antonella Spanu realizza i suoi lavori esclusivamente con materiali semplici, poveri, con rarissimi interventi tecnologici, privilegiando il fatto a mano. In realtà la pratica utilizzata è funzionale all’opera e non prevale mai sui contenuti. L'auto rappresentazione e i  materiali  come il filo di lana sono presenti nelle sue operazioni artistiche sin dagli esordi. E' attraverso il linguaggio popolare e fumettistico che Antonella porta lo spettatore in un mondo per niente rassicurante, lontano dall'intimismo che l'auto rappresentazione potrebbe far pensare.
Le domande a cui siamo sottoposti  riguardano le nostre vite, sono i nostri stessi dubbi, certo spesso riguardano gli artisti e la vita di un'artista, altre volte, le condizioni di un numero maggiore di persone: la pressione sociale, la solitudine, l'instabilità, l'incertezza del futuro. 

"In fila per due", 2012, dettaglio
Palazzo Ducale, Sassari
A.R.C. Una condizione che viene sentita da molti artisti della tua generazione è quella di artista perennemente emergente. A questo proposito hai realizzato un lavoro molto bello, per la Biennale del 2011 in quello che è stato il Padiglione Sardegna, dal titolo appunto “Artista emergente”. Mi piacerebbe parlare con te di questo argomento, di questa condizione anomala e della genesi di quel lavoro.
A.S. (P) Quel lavoro è nato nel momento in cui sono stata invitata. In realtà era parecchio tempo che non mi occupavo di esporre il mio lavoro in una mostra, fatte alcune eccezioni. Questo invito mi ha preso un po’ alla sprovvista. Inizialmente ero indecisa se partecipare, perchè fondamentalmente non mi interessava partecipare ad una cosa solo per il fatto di esserci. Ma volevo fare una cosa che mi soddisfacesse e avesse un senso in quel contesto. Ho cercato di ironizzare principalmente su me stessa. Sul fatto che così dal nulla riemergessi, alla veneranda età di quarant’anni e mi buttassi nella mischia.
Con tutto che non ho mai abbandonato il mio lavoro, ma ero un po’ fuori dal circuito delle mostre. Ero un po’ annoiata dall’ambiente.

Antonella Spanu, "Artista emergente", 2011,
disegno su carta , installazione,
54° Biennale di Venezia, Padiglione Sardegna,
Masedu, Sassari
A.R.C. Per i tuoi lavori hai sempre usato i materiali con raffinata ironia. In questo caso hai realizzato un lavoro molto fragile con una carta povera, quella che si usa al mercato per il pesce.
A.S. (P) Sì, (risata) quando sono andata al Masedu per montare il lavoro, sono arrivata con una scatola di scarpe. Il lavoro smontato era minuscolo. E’ stato molto divertente.

Antonella Spanu, "Artista emergente", 2011,
disegno su carta , dettaglio,
54° Biennale di Venezia, Padiglione Sardegna
Masedu, Sassari
A.R.C. Ti sei auto-ritratta, come fai da sempre. Il centro delle tue narrazioni sei tu e questa figurina che ti rappresenta. Un disegno molto raffinato, pulito.
A.S. (P) Sì, è un pretesto. Uso questo personaggio, che sono io, come pretesto per raccontare delle cose. In genere cerco di usare un tono leggero, provocatorio, un po’ giocoso per trattare temi che non sono leggeri.

A.R.C. Non sei mai tenera: la forma è giocosa, ma i contenuti non lo sono per niente.
A.S. (P) La forma è giocosa il contenuto no. Infatti è quello l’intento. Una narrazione è un po’ fumettistica, perchè comunque il mio mondo parte da lì, il mio bagaglio attinge molto ad una certa cultura popolare, sopratutto quella dei fumetti, di certa narrazione, anche cinematografica.
Questa forma giocosa mi serve poi a scavare in tematiche più profonde, in genere legate alle difficoltà del vivere. I temi sono universali, nonostante il mio lavoro sembri chiuso in un microcosmo perchè c’è un’auto-rappresentazione. Non vuol essere ombelicale, una narrazione che mi vede chiusa in me stessa, al contrario, io non parlo di me, ma delle problematiche che sono un po’ di tutti.

Antonella Spanu, “Nel tunnel dell'auto-rappresentazione”,
2012, disegno su carta, lana, dettaglio
A.R.C. L’immagine dell’artista emergente, non riguarda solo te, ma un’intera generazione, come del resto il precariato, tematiche ambientali e sociali.
A.S. (P) Certo tra l’altro era un ironizzare sull’emergere, da cosa? Siamo in una situazione di sprofondamento dal quale dobbiamo arrampicarci per emergere? Da dove emergiamo?

A.R.C. Mi ricordo i tuoi primissimi lavori, già all’Accademia e subito dopo, intraprendevi lo stesso processo narrativo, lo stesso scarto linguistico utilizzando il cucito, non il disegno. Un personaggio che ti assomigliava raccontava, anche allora, certe problematiche del vivere e, sopratutto del vivere da artista. Parlami del tua propensione al racconto.
A.S. (P) Sì, cucivo e scrivevo. Sono i miei interessi, la lettura, il cinema e il fumetto. Le cose che mi piacciono e con le quali sono cresciuta. Un po’ anche seguire letteralmente un filo. C’era un discorso metaforico tra il filo del racconto e l’uso materiale del filo.

 Antonella Spanu,“Ho perso il filo del discorso”, 1998,
filo di lana, lenzuolo di cotone, installazione,
 dimensione ambiente
A.R.C. Dei lavori che hai fatto quale ti rappresenta di più, in generale. Quello a cui sei più legata, che più rappresenta lo sviluppo della tua ricerca?
A.S. (P) Forse... sono due, te ne cito due. Uno che ho amato tanto ma anche odiato, che ha segnato uno spartiacque nella mia ricerca, da lì in poi ho iniziato a cambiare.
Hai visto “il filo del discorso”, quello che avevo esposto all’Accademia?

A.R.C. Sì, me lo ricordo.
A.S. (P) E’ una istallazione, si intitola “Ho perso il filo del discorso” (1998), quel lavoro lì è stato uno spartiacque.
La ricerca del cucito, del filo fino a quel lavoro lì mi apparteneva, però tenevo ancora dei legami con certe tradizioni di artisti della Sardegna come ovviamente Maria Lai.

Antonella Spanu, “E dopo l’Accademia cosa vuoi fare?”1999,installazione,
 Galleria Kairòs, Sassari
A.R.C. Del resto tu vieni da Mogoro che ha una tradizione tessile importante.
A.S. (P) Certo, c’era anche un legame affettivo che mi ha portato in una certa direzione.
Fino a quel lavoro lì, i miei erano anche troppo simili a quelli di Maria Lai. E anche in quello c’è una familiarità. Per questo è un lavoro che ho amato tanto, ho dato tanto, però l’ho anche odiato, perchè lo consideravo anche un po’ ruffiano, una cosa troppo facile. E’ piaciuto tantissimo eppure ero consapevole del fatto che ancora non stavo mettendo me stessa completamente in gioco.
Antonella Spanu, Senza titolo, 2000,
installazione panno lenci e ricami,
dimensione ambiente
La me stessa è venuta fuori dopo. Sempre con il cucito, però nella versione fumettistica. Con cose che ancora non avevo visto in giro e che mi appartenevano di più.
Dalla presa di coscienza di star percorrendo una strada che mi apparteneva, ma fino ad un certo punto, e volermi staccare da altre figure artistiche ho iniziato a fare delle cose che mi rappresentassero di più, fino a giungere al lavoro che esposi alla galleria Kairòs “E dopo l’Accademia cosa vuoi fare?”( 1999).
Antonella Spanu, Senza titolo, 2000,
installazione panno lenci e ricami,
dettaglio
E qui inizia questa ricerca tra il micro e il macro, il mio microcosmo, la rappresentazione di tutta la mia storia: il mio letto usato durante gli anni di studio, la rappresentazione dei vari eventi più importanti della mia vita, le tappe che mi avevano condotto a quel punto della vita. E poi la domanda finale, l’angoscia finale <<Che cosa farai dopo?>> La domanda che ti fanno tutti quando arrivi ad un obiettivo della tua vita. Cosa che è accaduta a tutti noi una volta raggiunti certi obiettivi. Poi, l’orror vacui <<Ora cosa faccio?>>. Quindi arrivare all’universale. Ho cercato da quel momento in poi di mantenere questo indirizzo, cambiando materiali e tecniche.

Antonella Spanu, “Nel tunnel dell'auto-rappresentazione”, 2012,
disegno su carta, lana, dimensione ambiente

A.R.C. Negli ultimi anni ha prevalso il disegno?
A.S. (P) Per me è solo un mezzo. La mia ricerca non è sui materiali. Metto molto impegno nella ricerca dei materiali più appropriati, perchè faccio un lavoro molto legato alla manualità, però la manualità non è fine a se stessa. Non c’è una ricerca fine a se stessa su un materiale piuttosto che un’altro. La scelta è in base alla necessità che ho in quel momento e al tipo di lavoro che ho bisogno di fare. L’unico filo conduttore che ho tenuto nel corso degli anni e questo: partire da me per raccontare il mondo.

A.S. (P) Partecipare alla Biennale, seppure in una delle sezioni regionali, ha cambiato qualcosa?
A.S. (P) Assolutamente no! Io alla fine ho partecipato per gioco. Sapevo da principio che non avrebbe cambiato niente nella mia vita, perchè è ovvio che sia così, nonostante ci sia stato chi si è incaponito nel volere dare giudizio su chi partecipasse o meno. Tra l’altro non so neppure chi mi abbia voluto e scelto. Non l’ho ancora scoperto. Ho partecipato perchè avevo un lavoro e qualcosa da dire, a prescindere da tutto.

Valigetta
A.R.C. In realtà, non hai mai interrotto il tuo lavoro artistico. Da quando ci conosciamo ti ho sempre visto impegnata in un progetto.
Raccontami del tuo lavoro di designer, di cui non abbiamo ancora parlato.
A.S. (P) Spesso le persone dell’ambiente artistico mi chiedono che cosa stia facendo artisticamente e mi sorprende che tendono a separare le cose, come se quello che faccio come lavoro commerciale fosse slegato da un lavoro artistico. Perchè non è arte fine a se stessa, perchè è design.

Ciondolo
A.R.C. Realizzi con la stessa precisione tutto ciò che fai. Negli abiti, nella bigiotteria c’è sempre la bambina in azione, i mostri e tutti i tuoi personaggi. Gli oggetti sono facilmente riconoscibile come tuoi c’è sempre la stessa attenzione al segno e al contenuto.
A.S. (P) Sì, applico gli stessi temi. Questo progetto è nato realmente un po’ per gioco, in un momento in cui stavo cambiando vita, cambiando lavoro, avevo cambiato città. Vivevo in una città in cui gli artisti si mettono molto in gioco.

A.R.C. Dov'eri?
Antonella Spanu,“Tsk tsk, wow, emm,
cucù,mumble mumble,
sgrunt, oops, shhh, aaaah, pant,
eheh”, 2008,
pennarelli su carta,
disegni incorniciati 24x33cm
A.S. (P) Ero a Barcellona, perchè a Barcellona sono tanti gli artisti che per tirare a campare si occupano di design e vendono i loro lavori nelle bancarelle. E’ una mentalità meno provinciale rispetto a questi temi.
Qui c’è un atteggiamento molto snob riguardo al lavoro artigianale, al design. Gli stessi artisti ti guardano come se svendessi il tuo talento.
Ho iniziato questa avventura perchè inizialmente mi dava una certa libertà di espressione. Potevo sperimentare qualunque cosa, senza sentire la pressione. Con gli anni ho incominciato a sentire un’altro tipo di pressione, perchè ti trovi comunque intrappolata nel meccanismo delle cose che vendi di più, delle cose più carine, quindi un po’ schiavo del mercato, mentre le cose che trovi più interessanti, dal tuo punto di vista, ti trovi a farle molto poco. Comunque cerco di tenere un equilibrio tra le due cose e continuare a sperimentare.


"Disabitando punto e a capo" 2000,
installazione, Link, Sassari, 
A.R.C. Non abbiamo detto come si chiama!

A.S. (P) Si chiama “Disabitando”. Tra l’altro il nome proviene da un titolo di una mostra che avevo fatto nel 2000 al Link, “Disabitando, punto e a capo”. Mi piaceva il titolo. Quella è stata tra l’altro una mostra che ha segnato un’altra delle mie tappe, la feci prima della mia partenza da Sassari. Un ennesimo cambiamento.
"In fila per due" 2012,
installazione,
Palazzo Ducale, Sassari
Sono ripartita da lì, perchè lì mi ero fermata. Da Sassari mi ero trasferita a Torino, lavoravo come restauratrice e non avevo più tempo per i miei progetti artistici. Torino ha segnato degli anni molto frustranti per me, perchè non riuscivo più a fare qualcosa di mio. Ri-iniziando a mettermi in gioco (a Barcellona) sono voluta partire da “Disabitando”.

A.R.C. Tra l’altro quello era un lavoro molto interessante, era presente ancora il filo di lana ma la narrazione sui quadretti aveva già preso uno spazio importante. Un vero progetto di passaggio.
A.S. (P) Fermarmi per riflettere diversi anni mi è servito. Dopo quel lavoro ho partecipato ad alcune mostre, ma con scarso entusiasmo. E’ stato importante fermarmi a capire quello che veramente volessi, che non era “sfondare” ma cercare un percorso, lavorare.

A.R.C.

Articolo correlato:
Maria Lai

domenica 16 novembre 2014

Out side the cave. L'ominide, la “moglie” del cacciatore, la figlia del vasaio e la sorella dell'inventore.

Impronta, 25.000 - 20.000 anni fa
Grotta di Pech Merle, Francia
Che senso ha cercare l’origine dell’arte?
Forse è come per un bambino adottato cercare i genitori biologici.
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
Dato che la cosa è complessa, e le risposte a questo tipo di domanda non sono alla mia portata, cercherò di raccontare, a modo mio, ciò che per consuetudine definiamo “l’origine dell’arte”.
E’ piuttosto difficile individuare l' "origine" dell’arte. Ogni nuovo ritrovamento ci conduce un po’più indietro nel tempo e ogni volta ci imbattiamo in una fanciulla o nelle tracce della sua esistenza.
In questo racconto verranno in mio soccorso, da una parte, l’archeologia e la paleontologia con i ritrovamenti in grotta Makapansgat, Pech Merle, ora anche Sulawesi, dall’altra le leggende tramandate da fonti letterarie, Plinio il Vecchio.

disegno del Ciottolo di Makapansgat
Tra gli studiosi di paleontologia è opinione diffusa che la costruzione di manufatti in pietra sia conseguenza dell'uso precedente del “trovato fatto”. I nostri antenati prima di fare utensili usavano già pietre o schegge di pietra raccolte in natura. Quindi la costruzione degli utensili è una conseguenza del “trovato fatto”, e un perfezionamento di questo, e non potrebbe essere altrimenti, in quanto, non può essere inventato lo strumento del bisogno, se non esiste il bisogno.
Lo stesso processo del trovato fatto per gli utensili - anche se non sono stati trovati reperti sicuri di pietre usate dagli ominidi, prima della fabbricazione di manufatti- si è verificato per l'arte con il Ciottolo di Makapansgat, 3.000.000 anni fa.
Come ho già detto, possiamo affermare la prima manifestazione documentata di pensiero simbolico e senso estetico nella storia dell’essere umano è un objèt trouvè.

Anfora attica a figure nere, 500-490 a.C.,
Kleofrade, tomba dell’Atleta di Taranto.
Come nascono le opere “manufatte”?
Plinio il Vecchio (I sec.d.C.) nella Naturalis Historia (XXXV,15 - XXXV,43) racconta la nascita della pittura e della scultura greca attraverso la narrazione di un mito originario. In sintesi ci dice che la figlia del vasaio Butades la notte prima che il suo fidanzato parta per un viaggio, crea un’immagine sostitutiva di questi tracciando sul muro il contorno della sua ombra, con una doppia funzione, quella di ricordarle il viso dell’essere amato, in partenza per un viaggio o per la guerra, ed esorcizzare i pericoli che lo minacciano. Plinio non lo dice ma è plausibile che il giovane amato muoia in guerra.
Poiché l’essere amato muore da eroe, il padre crea un simulacro, un doppio dello scomparso, una scultura. Il simulacro di argilla diventa oggetto di culto presso il tempio di Corinto.
Plinio ci spiega, sopratutto in termini di mito originario, le convenzioni riguardo la rappresentazione dell’immagine greca arcaica, quella cretese ma anche egizia, - nonostante lo neghi - e il suo ridursi contro un piano. Ci dice anche che a tracciare il contorno del viso sulla parete è una ragazza, la figlia del vasaio Butades.

Kouros, VII sec. a.C. cm 41x67,
Museo archeologico, Delfi
Perchè Plinio attribuisce ad una ragazza l’invenzione del disegno e a suo padre la scultura?
Forse per lo stesso motivo per cui i pittori accademici hanno isolato nelle pieghe dell’obbismo il collage, il bric à brac, l'accumulo, il piccolo punto che Picasso, Depero, Boetti, Schwitters fecero entrare, a buon diritto, nelle gallerie e nei musei in attesa che vi entrassero Clude Cahun, Hannah Höch, Maria Lai. Così come i professionisti della fotografia hanno relegato nel tinello di casa  le foto amatoriali un po’ sfocate definite “realismo ingenuo”. 
Nonostante Plinio parli di una ragazza come l’artefice del disegno, ci si concentra sul padre che realizza la sua scultura in base al disegno della figlia.

Bombing di tags
E prima degli Egizi, dei Cretesi e dei Greci? Chi ci racconta della fanciulla nella caverna di Sulawesi o El Castillo?
Perchè a quanto pare, anche in questo caso si tratterebbe di fanciulla. Forse, la “moglie” del cacciatore?
L'archeologo Dean Snow docente di archeologia all' Università Statale della Pensylvania ha potuto stabilire che tre quarti delle impronte delle grotte di El Castillo, Pech-Merle, Gargas sono femminili.
Sono mani piccole e le donne stavano più a lungo nella grotta, per accudire la prole. Mi sembra plausibile e logico.
Come la figlia del vasaio Butades, la “moglie” del cacciatore vedeva la propria ombra muoversi sulla parete rocciosa, alla luce della fiaccola. E’ plausibile che colleghi l’ombra alla propria figura e senta la necessita di fissare sulla roccia qualcosa che appartiene alla realtà, le impronte, come segno della propria esistenza.
A quale scopo?
Ex Palazzo del Pretorio o del Potedstà,
Colle Val d' Elsa, pareti delle celle,
Museo archeologico R.B.Bandinelli
Una traccia di sé, un segno di individualità impresso sul muro, paragonabile soltanto a quelle che oggi sono le tags, ovvero firme arabescate, tracciate sui muri delle città di tutto il mondo dai writers contemporanei
Non la rappresentazione dell’altro, ma il riconoscimento della propria individualità, della propria esistenza. Mi vengono in mente altri segni sui muri che dicono “sono stato qui”: le impronte dei sandali incise sui conci di alcune chiese romaniche luoghi di pellegrinaggio in Sardegna e, altri segni nei luoghi di pellegrinaggio di tutto il mondo, i disegni e firme nelle celle, nei manicomi. Naturalmente hanno tutte significati diversi, che in questo momento non approfondisco.

ruderi della chiesa di San Francesco,
Bonorva (SS)
Ricapitoliamo.
In un’epoca lontanissima, 3.000.000 anni fa, una ominide riconosce in un piccolo ciottolo di fiume, il Makapansgat Pebble, un’immagine del proprio volto e lo custodisce presso di sé nella grotta.
La “moglie” di un cacciatore in un lontano 49.900 anni fa, fissa sopra una parete rocciosa, alla luce di una fiaccola, un’immagine dei propri arti, come una tags prescrittuale, al fine di lasciare una traccia di sé, prima di un lungo viaggio per uno spostamento al seguito delle mandrie di animali da cacciare, di un evento importante per la sua vita.
Parecchi, ma parecchi anni dopo, per rappresentare l’altro, l’amato, che in seguito sara' oggetto di culto, la figlia di un vasaio traccia sopra una parete l’ombra dell’amato, fissa per sempre il segno della sua esistenza su un muro.
Niecéphore Niepce, Tavola apparecchiata, 1822 circa
Poi arriva Joseph Niecéphore Niepce che nel 1822 realizza quella che convenzionalmente riconosciamo come la prima foto, una natura morta. Una porzione di realtà esposta alla luce, isolata dal contesto, estrapolata dalla realtà: un “ready made” su lastra. E ricomincia tutto da capo. Niente più ombre, niente più simulacri ma reliquie, “essa [la fotografia] pare essere, (anzi, pare funzionare come, (...) una reliquia, dunque non una rappresentazione ma una parte stessa della cosa.“[1]
Non una ”trasposizione simbolica” ma un’emanazione diretta del soggetto. Possederla è come possedere effettivamente una parte del soggetto. A questo proposito veramente interessante leggere il saggio di Marra L’asse Rose/Duchamp.
Continuare a raccogliere la realtà: fotografare l’amato o realizzare dei selfie, estrarre dal contesto un pezzo di realtà e metterla in galleria, su facebook, instagram, twitter, pinterest. Farla circolare.
Mi chiedo: Niecéphore Niepce non aveva sorelle?
A.R.C.

Post correlati:
Cosa dà senso al gesto dell'artista?



[1] Claudio Marra, "L’asse Rose/ Duchamp", in L’immagine infedele, Bruno Mondadori, Milano, 2006, pp. 158-159

martedì 11 novembre 2014

Into the cave. Che cosa dà senso al gesto dell’artista?

Marcel Duchamp, 
"Bicycle Wheel", 1913
Il problema delle origini dell'arte non è risolto, perchè non può essere risolto, in quanto non esiste un'origine che sia quantificabile.
E’ piuttosto difficile attribuire il termine "origine" ad un manufatto, in un arco di tempo pari a 1.500.000 anni. Immaginiamo però di tornare ancora più indietro. 
Indietro di 3.000.000 di anni! 
La lettura di un articolo, apparso su “La lettura” del 2 novembre, dal titolo “Il primo atto creativo dell’uomo”, sui ritrovamenti in una caverna indonesiana, di quelli che parrebbero i più antichi graffiti della storia dell’umanità, ha riacceso un mio personale interesse verso l’argomento.
In una grotta di Sulawesi, un’isola della Repubblica Indonesiana, sono stati rinvenuti graffiti databili 39.900 anni fa, più antichi dei bellissimo leoni e cavalli  della grotta di Chauvet, in Francia, la più antica e raffinata manifestazione di arte rupestre fin ora conosciuta, risalenti, secondo recentissimi studi e analisi condotte, a 21.000 anni fa, e quelle di El Castillo, in Spagna di 37.000 anni fa.

Non sono le pitture rupestri che hanno stuzzicato la mia attenzione, se pure mi interessano molto e ci ritornerò, ma un altro argomento.
Alcune frasi dell'articolo di Trione, paralleli/2in appendice al principale, sul rapporto tra arte preistorica e contemporanea, arte primitiva e contemporanea, arte arcaica e contemporanea, arte ingenua e contemporanea secondo una schema di connessioni ed esempi. 
“Secondo Desmond Morris, la prima opera d’arte risale a tre milioni di anni fa. Un ciottolo di fiume conosciuto come Makapansgat Pebble: un sasso dalle sembianze antropomorfe. Un uomo primitivo lo raccoglie, e lo porta all’interno di una grotta, dove è stato poi ritrovato dagli archeologi. Un modo per «staccare» quei massi dalla realtà; e per custodirli con cura in un luogo sicuro. Uno spostamento che anticipa quanto farà Duchamp con i ready made”
Perchè no?
Un uomo preistorico raccoglie un ciottolo e lo porta in una grotta e un artista espone un orinatoio in una galleria. Una distanza di 3.000.000 di anni, per un gesto affine. Quanto affine?
Partiamo dall'inizio. Cos’è il Ciottolo di Makapansgat?
Il Makapansgat Pebble è una jasperite rosso marrone, che per tanti anni si è pensato dipinto di rosso.Un ciottolo di fiume di 260 grammi, di 5cm x 8cm circa, datato circa 3.000.000 di anni, portatore di una scheggiatura naturale- è infatti assente ogni traccia di lavorazione manuale- che lo fa sembrare la scultura grezza di un volto umano. Fu rinvenuto da W.I. Eitzman associato ad ossa di Australopitecus africanus, in una grotta di Makabansgat, a circa 5 km dal corso d’acqua più vicino, in Sud Africa, nel 1925.

Come può un ominide prossimo all’uomo avventurarsi così lontano dai bisogni materiali?
Dovrebbe essere avvenuto più o meno così: un Australopiteco in cerca cibo lungo il fiume, si specchia e riconosce il suo volto. Un giorno trova un ciottolo, ne riconosce l’immagine simbolica, simile a quella vista tante volte nello specchio d’acqua del fiume. Riconosciuto questo oggetto come rappresentazione simbolica di un volto lo avrebbero portato nella caverna, custodito, investito di significati sacri.
E’ Fantastico! Se consideriamo il fatto che l’Australopitecus africanus è un ominide bipide, dalla mole corporea piccola, dalla morfologia fine, un antenato molto lontano dell’Homo sapiens (cioè noi) di parecchi milioni di anni.

Non so esattamente come avvenne il ritrovamento da parte degli archeologi, se effettivamente i resti ossei e il ciottolo fossero allo stesso livello stratigrafico, perchè il ciottolo potrebbe essere stato portato nella caverna milioni di anni dopo da un Homo erectus (da 1.000.000 – a 200.000) ad esempio.
Marcel Duchamp, 
"Fontana", 1917

Non cambierebbe niente, dato che l’azione artistica di Marcel Duchamp, firmato R. Mutt dal titolo "Fontana" 1917, a cui si fa riferimento, ha poco meno di 100 anni.
Prima, ma molto prima di Duchamp un ominide o progenitore ha azionato un meccanismo di ready made, di “trovato fatto” non utile, ma simbolico. 
Non un oggetto dall’utilità immediata e legata alla sopravvivenza come il ciottolo-martello, il ciottolo-raschiatoio, il ciottolo-arma, ma un oggetto inutile, qualcosa riconducibile alle sembianze di un volto, qualcosa di sacro da custodire nella caverna.
Rappresenterebbe il primo esempio di pensiero simbolico e senso estetico.

Raccogliere il ciottolo e condurlo nella caverna ha rappresentato, per chi l’ha fatto, un modo per separare quel ciottolo dalla realtà, custodirlo con cura in un luogo sicuro e renderlo una cosa sacra, intoccabile.

Dato che l’oggetto in questione è stato “trovato” e non “fatto”, per definire quest’oggetto arte ci dobbiamo allontanare dal criterio di abilità manuale, e tenere conto, al contrario, dell’azione consapevole di scelta fatta dal nostro Australopitecus, che riconosce in un ciottolo di fiume un oggetto “speciale”. 
Se riconosciamo nell’azione di attribuire significati simbolici ad un oggetto già esistente- in questo caso in natura- una operazione artistica, riconosciamo nel “Ciottolo di Makapansgat” il primo esempio di objet trouvé.
Cosa rende simili l’anonimo Australopitecus sudafricano e Marcel Duchamp?

L’intenzionalità. Entrambi scelgono un oggetto, entrambi attribuiscono un significato a quel gesto.
L’ominide riconosce nel ciottolo dalle sembianze iconiche un volto, attribuisce un senso a quel frammento di natura, lo custodisce nella caverna come cosa sacra, attribuisce alla casualità naturale un significato simbolico.
Marcell Ducamp riconosce nell’orinatoio una "scultura", attribuisce un senso a quel frammento di realtà, lo rinomina, lo custodisce nel museo e/o galleria come cosa sacra, attribuisce un valore ad un oggetto comune e quindi un significato simbolico.
La consapevolezza una precisa intenzionalità apparterrebbe ad entrambi.

 A Parte l’aspetto fisico e il fatto che il primo non gioca a scacchi, cosa rende diverso l’anonimo Australopitecus sudafricano da Marcel Duchamp?
La differenza tra Marcel Duchamp e Australopitecus sta in quei 3.000.000 di anni. L'umorismo e la coscienza del paradosso, la liberazione dal reale.
Da una parte ci sono i bisogni simbolici minimi dettati dalla paura di ciò che non è governabile, della paura di qualcosa di sconosciuto dentro e fuori di sé; dall’altra la stratificazione di significati simbolici sovrapposti e spesso contraddittori, la sedimentazione culturale e la complessità di pensiero. 
Quella che nell'ominide è un' intuizione governata dall’istinto in Duchamp è rielaborata alla luce di un bagaglio di conoscienze immessa in altri circuiti di senso più complesso. L'orinatoio capovolto non significa nulla al di là di se stesso: "familiarmente estraneo, enigmaticamente ovvio".
A.R.C.

Post correlati:
L'origine dell'arte



mercoledì 5 novembre 2014

Conversazione con Giusy Calia/ artista.


Giusy Calia, "Sylva", 2010
Una lunga conversazione con Giusy Calia mi dà l’opportunità di comprendere meglio l’evolversi del suo lavoro, nato attorno a due o tre temi privilegiati.
 A partire dal concetto di eccentricità, come posizione rispetto ad una norma codificata (in “Sylva” 2010-2012 e, la follia declinata nelle varianti in “Case matte” 2004-2014, “Ofelie” 2002-2014) Giusy Calia costruisce un mondo esteticamente piacevole nel quale si insinua continuamente il verme del non detto, del sopruso, del pregiudizio, della violenza rappresentata all'interno di ambientazioni teatralizzate e inserita in contesti riflettenti come l'acqua, in un continuo capovolgimento del reale nel riflesso, del soggetto nel simulacro.
La messa in scena e il travestimento sono al servizio della fotografia come mezzo capace di dare corpo ad un luogo parallelo, una realtà altra dove il bello conforme si corrompe con il non conforme dell’emarginato; l’interesse per la psicologia e l’attrazione verso tutto ciò che è oscuro si trasformano nel materiale di lavoro.
Con “Alchimia dell’immagine” arriva a sondare gli interrogativi dell'irrazionale attraverso la bidimensionalità decorativa, annullando quasi completamente la profondità di campo e la piacevolezza del soggetto ritratto, in un viaggio ancora tutto da fare, nel groviglio che è la mente umana.

A.R.C. I tuoi lavori nascono dagli incontri, senza incontri non ci sarebbero i tuoi lavori.
Raccontami come è nata la cartolina per “La magnifica ossessione”, un progetto a cui sono legati altri incontri e altri progetti.
G.C. L’incontro nasce da una casualità, come tutte le cose che mi accadono. Da una sorta di sincronicità.
Nel settembre 2013 mi trovavo a Rovereto. Mi è stato chiesto di guardarmi intorno ed avere un’idea, rispetto ad una cartolina che avrebbe dovuto viaggiare per il mondo. Poi, mi è stato chiesto: qual è la tua ossessione? La mia “Magnifica ossessione” chiaramente è Ofelia. Uno dei miei lavori sempre aperti. E’ il mio dialogo costante e continuo.
Nel momento in cui ho visto la cupola che si rifletteva nella fontana del Museo Mart ho immediatamente visualizzato un’ Ofelia.
Avevo una macchinetta che uso come diario, la macchinetta degli appunti, non avevo nessuna strumentazione. Ho potuto scegliere la modella tra alcune ragazze messe a disposizione per lo scatto e una sarta per l’abito. In pieno settembre, inizi ottobre la modella è stata buttata nell’acqua della fontana.
E’ stato molto interessante, più delle altre “Ofelie” che erano immerse nella natura, questo è immersa in un’architettura. Ho realizzato quattro scatti, non era possibile lasciare la modella nell’acqua gelida per più tempo. E’ nata così questa cartolina, che ha viaggiato più di me.

A.R.C. Prima di parlare degli ultimissimi progetti, rimaniamo sulle “Ofelie”. Sono un filo rosso di tutta la tua ricerca artistica. Un progetto aperto, come hai detto prima. Raccontami di questa serie infinita.
Giusy Calia, "Ofelia" 2002
G.C. E’ come ritornare a casa, come ritornare nell’ incoscio.
“Ofelie” nasce nell’incontro con le mie viscere, con tutto ciò che è rimosso. Per me le ”Ofelie” hanno un aspetto sia mortifero che di profonda vitalità.
Nasce dall’incontro con i Prerafaelliti, all’età di quindici anni. Ne fui immediatamente colpita. Hanno sempre rappresentato il mio immaginario poetico, letterario, visivo. Partendo dai Preraffaelliti sono approdata alle Ofelie.
La prima Ofelia è stata realizzata a Su Cologone (NU) nel 2002. L’acqua sempre gelida, sempre temperature al limite del freddo obitoriale.
Per quanto possano apparire rassegnate, per me sono donne che prendono in mano il proprio destino -al contrario di Amleto-, decidono con chiarezza quello che vogliono dalla loro vita e si fanno soggetto narrante, cosa che Amleto non fa nella interrogazione continua e costante di sé e del fantasma del padre. Per me Amleto è mortifero e Ofelia è la vita.
Poi è arrivata la lettura di “Psicoanalisi delle acque” di Gaston Bachelard, che ha tradotto quelli che sono per me degli aspetti simbolici intraducibili. Lui è riuscito a tradurli in parole, io ho cercato di farlo in immagini.
Mi rendevo conto che a queste ”Ofelie” mancava sempre qualcosa, sempre di più.
Per questo l’Ofelia del Mart è stata quasi un punto fermo. Da quella in poi ho deciso di fare altro, di avere una visione diversa della mia “Ofelia”. In realtà, posso dire che Ofelia sono io e di essere cresciuta attraverso queste immagini.
Le mie modelle hanno avuto un rapporto super particolare con l’acqua, sono loro che si sono espresse.
Ho sempre lasciato loro la libera espressione.
Mi ricordo una modella, Sara, una delle “Ofelie” esposte a Palazzo Fortuny per la mostra “Le amazzoni della Fotografia”, ad un certo punto è diventata un tutt’uno con i rami.

Giusy Calia, "Memoria dell'acqua", 2013-2014, Collezione Trevisan
A.R.C. Hai citato “Le amazzoni della Fotografia”, come nasce la tua presenza in questa mostra.
G.C. Sono stata invitata da Mario Trevisan, un collezionista, che ha visto proprio l’immagine della “Magnifica Ossessione”. Ha voluto vedere altri miei lavori, mi ha contattato, e ha scelto per la sua collezione due mie fotografie.

A.R.C. Deve essere stato particolarmente emozionante per te essere nella stessa mostra con Julia M. Cameron, Diane Arbus, Bettina Rheims. Quelle che indirettamente sono state le tue maestre.
G.C. Diciamo un sogno realizzato. Quando ero piccola trovai un catalogo, in un mercatino dell’usato, di Julia M.Cameron, e me ne sono profondamente innamorata.

Giusy Calia,"Sylva", 2010
A.R.C. Del resto le “Ofelie” risentono molto dell’atmosfera e della costruzione estetica della Cameron.
G.C. Sì, immagina essere esposta accanto ad una delle mie più grandi maestre, vedere il mio nome tra queste grandi. E’ stato emozionante, ma l’ho preso con grande ironia, quasi un capriccio del destino.

A.R.C. E’ stato un riconoscimento del tuo lavoro.
G.C. E’ stato un grande riconoscimento, come è accaduto in Russia...

A.R.C. Ecco, parliamo della Russia. Negli ultimi due anni sono accadute cose molto interessanti, ad esempio hai partecipato alla quinta 5^ di fotografia di Mosca 2013, in uno degli eventi collaterali “Venti per una” a cura di Martina Corgniati.
G.C. Grazie alla cartolina della “Magnifica ossessione”. Ha viaggiato più di me come ti ho detto, ed è arrivata nelle mani giuste. Martina Corniati mi ha chiamato, ha chiesto il mio numero di telefono per invitarmi a questo progetto. Sono stata molto felice di farlo, avrei voluto anche andare di persona, non ho potuto farlo per varie ragioni. Così è nato “Una stanza tutta per sé”.

A.R.C. Ancora un tuo punto di riferimento letterario, questa volta Virginia Woolf. Il tuo lavoro è un insieme di punti di riferimento visivi, letterari, poetici ed emotivi.
Giusy Calia, "Una stanza tutta per sé", 2013-2014
G.C. Sì, mi definisco una fotografa emozionale. Non riesco a fare nessun tipo di fotografia se non sono mossa da una grande emotività.

A.R.C. Lo dicevamo prima. Il tuo è un lavoro di incontri. Ritorniamo alla Biennale di Mosca. Raccontami.
G.C. La fotografia è piuttosto grande. Sono tre stampe del manicomio di Firenze, riprese in tre diversi momenti. Il primo momento è quello nel quale la natura non ha corroso niente di questa stanza: ci sono frammenti di cose abbandonate. Poi, arriva l’acqua e terzo la muffa. E come se entrando nella stessa stanza ci trovassimo difronte ad un mondo altro.

Giusy Calia, "Caratteri ereditari e mutazioni genetiche",
2011, Man, Nuoro, dettaglio
A.R.C. Ancora il manicomio. Uno dei tuoi primi lavori è sul manicomio di Sassari. Se non sbaglio è stato le “Le case matte” 2004. Un altro lavoro aperto. Avevi fotografato Rizzeddu che è il manicomio di Sassari.
G.C. Ho fotografato anche il manicomio di Cagliari, di Udine, Firenze, Siena. Ho fotografato vari manicomi d’Italia. E’ come se avessi fotografato sempre lo stesso manicomio, perchè quello che si trova è sempre la stessa cosa.

A.R.C. Sono tutti uguali, architettonicamente, il rapporto tra lo spazio esterno e il degrado interno. Quasi tutti sono edifici abbandonati.
Giusy Calia, "Caratteri ereditari e mutazioni genetiche",
2011, Man, Nuoro
G.C. Stile Liberty. A parte il manicomio di Volterra che penso sia uno dei più belli. Dove Oreste Fernando ha inciso nella pietra parti della sua vita, intraducibili. Sono 110 m² incisioni purtroppo in forte degrado. Oreste Fernando Nannetti, questo ricoverato, che pensava di avere rapporti con gli extraterrestri.
L’ultimo lavoro che ho fatto sui manicomi è proprio il lavoro di NOF, è l’acronimo del suo nome, così si definisce NOF4.


A.R.C. Nel tuo immaginario si muovono tre o quattro temi molto legati, si incastrano a partire da un’estetica preraffaelleita che necessariamente include Julia M.Cameron, Virginia Woolf, Ofelia, la follia. Hai da subito creato un intreccio che è diventato il nucleo del tuo lavoro a partire dalle “Ofelie”. Mi colpì subito moltissimo, il progetto era ancora molto giovane, ma era difficile distogliere lo sguardo.
Protagonista del tuo ultimissimo lavoro è però una parte dell’occhio: l’iride.

Giusy Calia, "Alchimia dell'immagine" 2013-2014, Mart, Rovereto
G.C. L’iride dell’occhio è stato esposto per la prima volta nella tua mostra “Le fondamenta degli incurabili” del 2013. Il libro di Broskij era il mio libro da comodino e adoro questo titolo. Tra l’altro sei la prima che ha scritto delle “Ofelie”. Vedi gli intrecci e gli incontri.
Da quel momento ho iniziato a capire che dentro l’occhio c’era un’esigenza, quella di essere tradotto, ma tradotto nella mia forma. Mi sono chiesta cosa può tradurre qualcosa senza disperderne l’essenza? L’alchimia.
Ho ripreso delle antiche foto fatte in libri vecchissimi, fatte andando per musei. Ho molte immagini delle tavole alchemiche. Mi son chiesta perchè non mischiarle? Provare a creare una commistione tra occhio e parole, le parole e le immagini, parole e simboli. Così è nato qualcosa di molto interessante per quanto riguarda il colore, la forma, la dimensione, apparentemente intraducibile, illeggibile.

A.R.C. Rispetto ai tuoi lavori precedenti, in “Alchimia dell’immagine” prevale la linea e il colore, sembrano immagini astratte, un bidimensionale quasi assoluto. E’ difficile riconoscere soggetti completi. Tutto si svolge in superficie. Riconduce ad un’estetica primitiva, medievale. E’ presente molta decorazione.
Giusy Calia, "Alchimia dell'immagine" 2013-2014
Mart, Rovereto
G.C. Sì, quasi Medievale. Mi sono resa conto guardando tutte le immagini di aver citato, involontariamente, questa volta, senza nessun tipo di ragionamento “Il libro rosso” di Jung. Mi sono resa conto di avere ripreso un filo rosso con un altro mio maestro. Ho sempre considerato Jung un mio maestro.
Mi ha permesso di aprire molte porte che io pensavo dovessero rimanere chiuse. Come se mi avesse detto sei sulla buona strada. Come dici tu questo lavoro è totalmente diverso dagli altri.
Non riesco più ad accontentarmi della fotografia semplice. Ho bisogno della materia. Mi piace la foto sgranata. Forse è un’esigenza di pittura.
Ora sto lavorando ad un progetto che si chiama “Simbolismo”. Tutte le immagini che ho scattato sono sovrapposte. Ho bisogno di colori acidi, di colori densi. Una realtà fornita di uno sguardo oltre.

A.R.C. Tutto questo era già presente in “Caratteri ereditari e mutazioni genetiche” 2011, dove alcune foto erano molto scure, altre graffiate. Il materico si percepiva molto. 
Giusy Calia, "Alchimia dell'immagine" 2013-2014
Mart, Rovereto, dettaglio
Hai superato la bellezza dei Prerafaelliti?
G.C.  Ancorarsi alla bellezza ti fa sentire sicuro. Non ho più paura della bruttezza, la voglio affrontare.
Chi crea immagini ha una forte responsabilità. Perchè l’immagine è un veicolo molto superiore alla parola, arriva senza mediazione, muove aspetti a livello inconscio molto forti.
Non mi interessa proporre immagini eccessive. Anche le immagini di DNA riconducevano alla bellezza, non erano sgradevoli. Però era come se in qualche modo non ti concedessero riposo. Ti interrogassero. Ti ponevano un dubbio.

A.R.C. A proposito di interrogativi e mancanza di riposo. Mi è venuto in mente un tuo lavoro sulla stanza di Alda Merini che hai realizzato per la mostra “Ma Maison n'est pas Grande”. Come è stato fotografare Alda Merini entrare nel suo mondo.


Giusy Calia, "Alda Merini un'anima sconosciuta"
G.C. L’esperienza di fotografare Alda Merini è stata molto traumatica. Primo, per il peso che sentivo, la responsabilità. Secondo, non riuscivo mai a metterla a fuoco, tanto ero emozionata. Terzo, a casa sua tutti i parametri della fotografia venivano sputtanati, perchè era sempre buio - io non uso il flash nelle mie immagini. Oppure mentre fotografavo, qualcosa bruciava: il letto, i soldi.
Era sempre pronta a cambiare immagine, ti destabilizzava.
Però fotografarla è stato super interessante.
Mi pento di una cosa, un giorno avrei potuto fotografare tutta la casa, e forse avrebbe parlato più di lei, anche perchè le immagini di Alda sono molto riconoscibili.
Pensa al suo muro dove scriveva con il rossetto. Con il rossetto scriveva anche sul suo corpo, era tutto sbavature.
Giusy Calia, "Alda Merini", 2013, dettaglio
Era la prima volta che esponevo un’opera con Alda Merini. E’ stato un regalo che ho fatto a Solarussa. Lei, il suo muro e la voce che avevo registrato. In un museo forse non l’avrei fatto.
Il tema era la casa, in una casa, mi sembrava più interessante. Era per pochi in quel momento. Anche se la mostra è stata visitata, ma la dimensione domestica mi interessava per la sua intimità.
Per me le mostre più belle sono quelle che non ho mai fatto per un pubblico.
La mostra più bella è stata quella che ho fatto per una sola persona, nei vagoni di un treno abbandonato. Così come è stato l’allestimento di una mostra in una Villa abbandonata del Piemonte.

A.R.C.

www.giusycalia.net

Articoli correlati:
CONTEMPORANEAMENTE, 10  Giornata del Contemporaneo

Giusy Calia - L'invitation au voyage , trilogia: Realmente - qualcuno c'è stato, qualcuno l'ha visto




In fila per due...  (un progetto de Le Gioconde)
Catalogo Versione PDF
Catalogo Versione ISSUU




L'invitation au voyage - Giusy Calia:
Catalogo Versione PDF
Catalogo Versione ISSUU