lunedì 8 maggio 2017

Conversazione con Angelo Foschini e Lavinia Iacomelli/ artisti


Tra gli anni novanta e il primo decennio del terzo millennio, la riflessione sull’identità ha caratterizzato la ricerca di artisti che in quegli anni avevano tra i venti e i trent’anni. Lavinia Iacomelli e Angelo Foschini, coppia nell’arte e nella vita, vissuto pienamente l'instabilità del periodo, hanno scelto la pittura come mezzo di indagine della propria identità individuale e di coppia, sociale e collettiva -scelta che nella pratica pittorica è formalmente visibile nell’assenza di un segno espressivo distintivo che identifichi l’una o l’altro- dissolvendosi nell’ azione comune.
Agli inizi, con il nome collettivo di Koroo, si muovono all’interno di una comunità di amici e colleghi.
I set allestiti nei luoghi della propria vita o quella dei soggetti ritratti sono dei film mancati e le immagini fotografiche da cui i dipinti derivano non sono altro che frame di una narrazione incompleta. Le tele prodotte in questi primi anni, pur restando nel solco di una tradizione accademica assodata, contengono già il germe della precarietà e della totale annullamento di una identità stabile. Negli anni, attraverso sottrazioni continue, semplificazione dei soggetti e cambio di tecnica, trovano la loro compiutezza nell’uso, anche, di immagini fotografiche altrui, materiali effimeri e smalti, campiture piatte e tavolozza essenziale.
 

A.R.C. – Iniziamo a parlare di voi. Come lavorate?
Wash your soul, detersivo in polvere su tela,
 lampada wood, 2007
F&I. – Guarda per capire ti faccio vedere un’installazione che abbiamo fatto qualche anno fa. Ho ritrovato il catalogo. Un lavoro esposto in "Voci silenti", una mostra curata da Alessandro Trabucco. In realtà è un lavoro partito da Livorno poi approdato a Milano.
Per questa installazione abbiamo lavorato a dei ritratti un metro per un metro e venti, su tela nera, realizzati con il sapone in polvere, quello per il bucato, stesi con delle mollette su filo. L'ambiente era completamente oscuro e i ritratti illuminati con la luce di wood apparivano quasi come dei fantasmi. Il passaggio stesso delle persone, muovendoli, lasciava cadere sempre un po’ di “ritratto”. Era diventato un lavoro sul lavaggio collettivo delle coscienze, nel senso che questi personaggi sono tutti personaggi dalla storia irrisolta: Calipari, Pasolini, Pinelli, Alpi, Masi, Giuliani tutti con un caso giudiziario irrisolto. C’era stata un’implicazione politica.
F&I. – Inizialmente ne abbiamo scelti otto, diversissimi tra loro sia per generazione, per età, per tutto, per avere una gamma vasta di storie, anche di emozioni, abbiamo scelto delle storie lontane il più possibile tra loro. Quando siamo andati a cercare tutti questi personaggi, la cosa che ci aveva colpito di più era vedere come il tempo non avesse attenuato minimamente la voglia di ricerca di giustizia da parte dei parenti.
 
A.R.C. – Come si intitola questo lavoro?
F&I. – Wash your soul… E’ nato nel 2005… l’idea è quella di continuare. Siamo partititi con questi otto personaggi, purtroppo ce ne sono altri, quindi proseguiremo. La sfida è quella di togliere i personaggi il cui caso giudiziario trovava una soluzione. Per ora non abbiamo mai tolto nessuno.

A.R.C. –E’ un lavoro realizzato in coppia?
F&I. Sì, è sempre un lavoro a quattro mani.

A.R.C. –Voi lavorate sempre in coppia?
Adieu, grafite e olio su tela, 130x95cm, 2005
F&I. – Abbiamo deciso quasi subito, perché ci sembrava una forma interessante. Condividendo lo stesso studio, condividendo la vita.Lavoravamo entrambi a partire da un riferimento fotografico, un soggetto legato alla fotografia, alle foto che scattiamo. Lavoriamo sulle persone. Le persone che coinvolgevamo allora erano un po’ le stesse quindi è venuto quasi automatico.
F&I. – C’era uno scambio continuo, cercavamo di non pestarci i piedi o cercavamo di scansarci, non so se era veramente autentico ciò che facevamo. C’è stato un momento che semplicemente abbiamo unito le forze.
F&I. – Era più limitante creare una competizione.
F&I. – Quando le cose vanno bene, quando festeggi, festeggi in due.

A.R.C. – Quindi sin da subito, sia le immagini fotografiche che l’interesse verso l’essere umano sono stati il vostro oggetto e soggetto. Poi come sono andate le cose?
F&I. – L’idea iniziale, forse il primo nucleo importante è stato legare la figura umana all’architettura; all’architettura nel senso di luoghi, i luoghi che noi frequentavamo di più, dei passaggi che facevamo più frequentemente, anche quotidianamente, sia quello che trovavamo in giro nei viaggi, sia quello che vedevamo qui, tutti i giorni. Ci interessava capire quanto l’immagine architettonica si sposasse con la figura, quanto la condizionasse.
F&I. – Perché quelle immagini architettoniche, specialmente alcune, avevano già condizionato la nostra vita. Vedendole tutti i giorni, passandoci. Ci sono vie che ti sono simpatiche perché lì è successo qualcosa o semplicemente perché ti ricorda un momento. Il discorso di empatia dei luoghi.

A.R.C. – Partivate sempre da fotografie? Con che tecnica sono realizzati?
Bubble Booble, grafite e olio su tela, 60x85cm,2005
F&I. – E’ un lavoro molto elaborato. Le figure, che inizialmente erano tutta la nostra generazione, tutti i nostri amici che hanno posato per noi, erano realizzate in grafite, bianco e nero, grafite finissima, in alcuni lavori abbastanza tardi, un lieve strato di acquerello; a queste figure si univano, quasi a caso, le architetture dipinte ad olio. Tutto su tela.
Il legame architettura figura umana era arbitrario e solo visivo: quella persona lì non c’era mai stata.
F&I. – Il nostro lavoro è sempre stato di regia. Erano tutti attori inconsapevoli. Venivano catapultati in questi luoghi nostri, in cui in realtà passavamo noi. Spesso a queste persone chiedevamo di interagire con oggetti del proprio vissuto.
 
A.R.C. – Mi sembra di capire che le figure umane realizzate a grafite siano parecchio più fragili e precarie delle architetture ad olio, decisamente più solide.
F&I. – Appariva tutto schiacciato da qualcosa di condizionante. Del resto erano persone giovani, dai venti ai trent’anni, un’età nella quale non hai ancora concluso niente realmente di tuo nella vita e sei condizionato da quello che c’è intorno. Erano tutte persone che si guardavano intorno alla ricerca di una via e dovevano prendere in quel momento una decisione.
Fino alla fine del mondo, olio e grafite su tela,130x95-cm, 2005
F&I. – Non in questo caso, ma abbiamo lavorato tanto sull’architettura razionalista, per esempio.
Nel lavoro sull’architettura è stato per noi un motivo forte la casa, l’abitazione, la dimora; lo spazio proprio e personale da vivere è stato sempre qualcosa di fortissimo.
Il nome che avevamo scelto all’inizio, Koroo, era un nome che ci era piaciuto come suono, in realtà fa riferimento a delle capanne, recinti impermanenti che costruivano i nomadi del sud della Russia. Costruivano un modulo abitativo che non era permanente. Per noi era riconducibile al discorso della coppia, che a volte si ferma, si chiude perché ha bisogno della propria intimità, poi chiaramente continua il viaggio insieme.

A.R.C. –Su Livorno l’architettura è effettivamente condizionante. C’è una sorta di cupola temporale alla Stephen King che condiziona il giudizio. Ti aspetti che alcuni edifici siano più antichi di quello che sono effettivamente, è come se non si riuscisse ad uscire dagli anni Settanta.
Quanto è durato questo progetto?

Menage, olio e acrilico su tela,150x120cm, 2006
F&I. – E’ un progetto che è andato avanti dal 2001 al 2005, più o meno. E’ un lavoro che aveva bisogno di una regia abbastanza ferrea, lavoravamo in due per cui avevamo bisogno di un progetto chiaro. Avevamo comunque degli spazi di gioco. Il modo in cui lavoriamo è sempre stato quello di stare il più possibile insieme sulla tela, quindi tele grandi. Poi, è naturale, si sono creati momenti di ping pong in cui ci si scambiava. A volte uno non era presente, allora interveniva l’altro. Le modalità sono sempre diverse, anche se ci sono degli spazi di autonomia all’interno del lavoro collettivo. Sono vitali.

A.R.C. – Non è usuale trovare una coppia di pittori che lavorano contemporaneamente sulla stessa tela. E’ piuttosto anomalo.
Curacao, olio e acrilico su tela, 150x110cm, 2007
F&I. – A Livorno non eravamo gli unici. Forse perché in quegli anni c’era un rapporto con le immagini molto forte.
F&I. – Partendo da un’immagine progettata insieme, si lavorava insieme sulla tela. Mi ricordo che negli anni novanta c’erano altre coppie che dipingevano assieme. Del resto la forza era il progetto, non tanto la riconoscibilità della mano dell’uno o dell’altro. Proprio per questo avevamo eliminato le nostre individualità. Il nome collettivo Koroo, era questo.

A.R.C. –E’ in questo momento che avete superato l’idea di rappresentare architetture?

Just like in the 60s yet only without hope, olio e acrilico su tela, 180x150cm,2007
F&I. – La fase successiva è stata passare agli interni e qui la figura umana, che era più evanescente, inizia ad acquisire una solidità. Gli ambienti erano quelli intimi della casa. Non c’era ancora l’epoca dei social dove le persone tendono ad esibire la propria intimità con grande disinvoltura. Noi andavamo a costruire questo ambiente.
 
A.R.C. – Sempre grafite e olio?
Planet Air, smalti su tela100x125cm, 2010
F&I. – Sparisce la grafite e rimane l’olio. Gli sfondi sono in acrilico. Introduciamo questi sfondi piatti, in acrilico, che isolano la scena. Sono micro storie e ogni quadro era una storia a sé.

A.R.C. – Quell’esigenza che tra i novanta e duemila di raccontare le proprie relazioni parentali, da famiglia allargata anche agli amici, la tribù degli artisti e gli amici degli artisti non è ravvisabile oggi, nelle nuove generazioni. E’ una particolarità della vostra generazione?
Maybe Stars,  smalti su tela, 120x140cm, 2010
F&I. – Sì, infatti è stata una ricerca che abbiamo esaurito, perché alla fine siamo passati ad una visione meno intima.
 
A.R.C. –Voi però non siete mai i soggetti. Sono sempre persone che fanno parte della vostra vita, ma voi non ci siete.
F&I. – No, ci siamo stati. Non è che ci siamo esclusi dalla rappresentazione. Facevamo parte di questa tribù. All’inizio eravamo noi, poi ti stanchi e vai a cercare qualcuno che racconti un po’ anche la tua vita. Non era molto differente. Siamo diventati registi di una storia ampia. Ad esempio alcune di queste coppie erano a loro volta artisti, attori, noi abbiamo fatto un po’ da collante tra tutte queste persone, perché alcune non si conoscono tra loro. Era il nostro mondo.

A.R.C. –I vostri ultimi lavori vanno in tutt’altra direzione: tavolozza essenziale, campitura larghe, e negli ultimissimi un minimalismo al limite dell’astrazione e formati piccoli.

First contact, smalti su tela, 80x60cm, 2010 
F&I. – Dal 2010 siamo passati agli smalti. Abbiamo fatto un salto per noi importantissimo dal punto di vista concettuale e tecnico. Avevamo bisogno di un materiale più leggero e più veloce che però mettesse alla prova la nostra capacità. Fino a quel punto avevamo lavorato ad affinarci tecnicamente, ora avevamo bisogno d’altro. Lo smalto è tremendo, asciuga velocemente e necessita velocità di esecuzione. Abbiamo deciso di metterci in gioco, avere un progetto e chiuderlo con tempi di esecuzione diversi, più veloci. Questo ci ha svecchiato.

A.R.C. – …e avete cambiato nome. Ora siete Foschini & Iacomelli.
F&I. – Sì.

A.R.C. –…avete abbandonato la capanna…
Bends,smalti su tela, 72,3x91cm,2012
F&I. – Perché nel frattempo anche fuori succedeva la stessa cosa, tutti quei gruppi non esistevano più. Siccome noi il cambiamento l’avevamo fatto vistoso, anche noi volevamo rimarcare questo passaggio, non era più necessario nasconderci dietro un nome.
 
A.R.C. – Più che nascondervi, avevate risolto quella situazione, trovato la dimora.
Beach, smalto su tela,121x102-cm, 2011
F&I. – Sì, anche a livello personale erano cambiate tante cose, avevamo avuto il bimbo ecc… Tra le prime cose significative c’era Beach. Come vedi non abbiamo abbandonato la figura umana, ma l’ambiente è artificiale. Abbiamo iniziato a raccontare altro che non fosse un piccolo gruppo, raccontare ciò che ci interessava, ci colpiva. Sempre utilizzando scatti fotografici, abbiamo iniziato ad utilizzare scatti non nostri, perché a questo punto il lavoro era più sulla pittura, sul togliere e mettere, sull’ABC della pittura, su cosa inserire all’interno del lavoro e cosa sottrarre alla vista. Ogni quadro poteva essere un mondo pittorico a se.
F&I. – L’idea era quella di creare una collettiva all’interno di una nostra personale, una anti-riconoscibilità tecnica, tematica e pittorica che ci ha portato a fare quadri diversissimi, macro-mondi e micro-mondi, più intimi e sociali o paesaggi puri stagliati sul niente. Questa grande libertà di annettere tutto nella nostra pittura ci ha regalato sollievo.

A.R.C. – Avete raggiunto la sintesi che cercavate?
Inside, smalti su tela, 70x116cm, 2011
F&I. – Sì, è stato un modo per liberarci. Del resto avevamo fatto un percorso formativo, scolastico che come tanti non volevamo fare, poi arrivata l’Accademia. Scelto e deciso di fare l’Accademia, con tutti i crismi, a quel punto pittori con tutti i crismi, salvo poi rimanerne un po’ ingabbiati. A quel punto c’è stato il bisogno di liberarsi.

A.R.C. – Dicevamo che utilizzate anche immagini non vostre, come?
 
Over, smalti su tela 20x20cm, 2016
F&I. – Avere immagini è facilissimo, è un po’ il male della nostra epoca, scegliere è difficile. Il problema essenziale è sceglierle. Effettivamente una cosa che ci ha sempre incuriosito dagli anni novanta ad oggi è il ruolo dell’artista che lavora con la pittura, che lavora ancora legandosi ad una certa figurazione, ad un racconto.
Cosa salvare di questo flusso infinito, enorme?
Ora ad esempio ci stiamo occupando di lavori meno legati alla tela, più installativi, come questo del Parterre.

A.R.C. – Di cosa si tratta?
foto dal sito de Il Parterre
F&I.- Due anni fa è nato un progetto abbastanza articolato. Due artisti Valerio Michelucci e Stefano Pilato hanno coinvolto altri trenta artisti, (ora il gruppo si è ristretto ad una decina) per realizzare opere all’interno del parco, occupando gli spazi rimasti vuoti. 
Il Parterre era il vecchio giardino zoologico di Livorno. Tanti degli spazi dove stavano gli animali sono rimasti vuoti. Le gabbie sono storiche, molto belle ma ci sono altri spazi dove c’erano le gabbie e sono state tolte, sono riamasti vuoti, non molto risolti, magari sono spazi aperti o una nicchia.
Cage, smalti su tela,103x120cm, 2012
Il progetto si sta sviluppando attraverso forme di autofinanziamento, c’è stato un crowdfunding e un lavoro che abbiamo fatto portando il Parterre nelle scuole. 
Blu funk, smalto su tela, 49,6x39,5cm, 2015
Dapprima abbiamo lavorato alla pista si skateboard, che era tutta bianca, ora c’è un bestiario che abbiamo realizzato con i bambini e i ragazzi, un lavoro che ricollocasse il Parterre nella luce del giardino zoologico.
Visto dall’alto si vede l'orso Gigi Balla, che era l’animale più importante e occupava la gabbia centrale, dove ora c’è la fontana. E’ diventata un’operazione grafica sui lavori dei bimbi. Noi siamo stati gli esecutori e i bimbi stessi sono venuti a dipingere l’orso. L’anno scorso abbiamo iniziato con questa pista e quest’anno, tra un po’, dovrebbero nascere le prime installazioni. L’idea è quella di realizzare un primo parco pubblico d’arte contemporanea. 
ARC


http://ilparterre.org/

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giovedì 23 marzo 2017

Conversazione con Matteo Giuntini/ artista


Incontro Matteo Giuntini da Buzz Kill in occasione di "Dente perdente"  la sua prima personale a Livorno, a cura di Francesco Perrotti. Lo spazio, in parte fabbrica creativa in parte luogo espositivo, è stato inaugurato la scorsa estate in un’area della città già ingaggiata da Egg. La direzione creativa, la realizzazione dei progetti è nelle mani di Paolo Budassi Cameo, Dyami La Cha Young e Francesco Perrotti, un gruppo di musicisti e artisti visuali.
Matteo Giuntini illustratore, scultore, pittore interessato al low tech, alla grafica, alle tecniche di stampa rimescola tutto il reale, lo fruga e continuamente lo ripropone. L’illustrazione e la pittura murale, nelle sue infinite varianti grafiche e pittoriche è la realtà di artisti orientati alla costruzione di un mondo di valori simbolici a partire da motivi artistici preesistenti, spesso consumati dalla visione, dall’uso di tecniche e dispositivi meccanici che ci hanno lasciato residui e una grande quantità di materiali.

Foto di Giacomo Favilla
A cappello di questa conversazione, valida più che mai per altri artisti con i quali ho avuto il piacere di chiacchierare in queste pagine voglio riportare, a distanza di vent’anni dalla loro stesura, alcune considerazioni di Marco Magnani [1] a proposito del bisogno di “quadro” della gente, in un mondo da un lato sempre più carico di immagini, di motivi artistici ripetitivi e dall’altra liberato dalla presenza di oggetti materiali sostituiti da una ricerca artistica sempre più invisibile nella forma e visibile solo attraverso un atto ermeneutico.
<<L’esperienza di questo secolo ci ha dimostrato che, malgrado gli anatemi dell’avanguardia, non si è estinto nella gente – le cui esigenze non sono mai prive di significato- il bisogno di “quadro”: solo che ora non è più l’arte a darvi risposta” (…) Il lavoro di certi illustratori ci fa intravedere la possibilità della creazione di quadri contemporanei: la possibilità cioè che certi bisogni, certe funzioni siano rispettati, senza per questo tornare al passato. (…) Tutto il campo dell’illustrazione può essere ora – come lo è stato nei suoi grandi momenti – un fertilissimo laboratorio di sperimentazione visiva>>.

ARC Visitando il tuo sito ho constatato il tuo interesse verso l'illustrazione e le tecniche di riproduzione dell'immagine meccaniche. Ultimamente i giovani creativi hanno riscoperto l’illustrazione e le tecniche grafiche tradizionali,  un recupero di tutto ciò che ruota attorno l’immaginario predigitale. Raccontami di te, come hai sviluppato questo percorso?
MG Lavoravo in azienda con i miei genitori, facevo tutt’altra cosa, producevo conserve alimentari per la grande distribuzione. Dopo gli studi d’arte, sono arrivato al punto di sentire l’esigenza di avere maggior tempo da dedicargli, perché mi rendevo conto che per far bene una cosa, anche la più semplice, c’è bisogno di tempo, di concentrazione. Ho preso il mio primo studio e ho iniziato con alcune mostre a Pietrasanta, in spazi autogestiti, da lì ho avuto i primi contatti. Per prima una galleria Svedese, anche se in contemporanea mi era stata proposta una mostra a Firenze, in una vera e propria galleria, che mi ha dato un attimo di fiducia. A Firenze le cose andavano abbastanza bene, mi venivano richiesti lavori su lavori.
La mia fortuna è stata quella di lavorare in famiglia e gestire le due cose.

 ARC Il percorso per arrivare a lavorare con una galleria è stato piuttosto breve, per alcuni è molto più lungo.

Foto di Giacomo Favilla
MG Mi sono trovato al posto giusto al momento giusto. Anni fa, Pietrasanta era un’ottima piazza. Ti parlo del 2004, 2005. Pietrasanta è un paese piccolo e c’erano dalle 30 alle 35 gallerie.

 ARC Una grande visibilità…
MG Soprattutto nel periodo estivo, gallerie importanti avevano la residenza estiva. Un posto un po’ figo, Pietrasanta, Forte dei Marmi, per cui l’utenza era alta.

ARC Con quali lavori hai iniziato? Utilizzavi sempre un misto di disegno, illustrazione, pittura?
MG Sicuramente acerbi, buttavo dentro le cose del momento. Poi mi sono stati chiesti per il mercato svedese lavori di un determinato tipo, non che scegliessero i soggetti, però tra i tanti proposti sceglievano opere che mi hanno permesso di proseguire il mio percorso.

ARC Che tipo di lavori richiedevano?
 
Foto di Giacomo Favilla
MG La Svezia è un paese molto strano. Come puoi immaginare freddo, la durata del giorno è breve. Hanno delle grandissime case dove amano ricevere: feste, cene happening all’interno della casa. Quindi hanno questo bisogno di colore, bisogno di gioia. Mi richiedevano lavori più pop, colori forti. Naturalmente, da sempre nei miei lavori ho cercato due vie. La galleria aveva l’esigenza di proporre lavori gioiosi, all’interno nascondevo le mie storie, camuffavo la vera essenza. A volte venivano venduti lavori a mio parere molto tristi. Ho sempre giocato con le parole, con i doppi sensi. Ho voluto sempre dare questa doppia chiave di lettura, come l’installazione “Naufragio”, qui in mostra, dove si parte da una stanza con delle candele accese e una figura statica, poi al momento che si spegne tutto, parte il giradischi, con l’ombra proiettata sul soffitto, si trasforma tutto in un ambiente più austero. Questa cosa mi piace molto. Oppure mi interessa distogliere proprio lo sguardo da quello che faccio.

ARC Torniamo a questa mostra Dente perdente, utilizzi immagini che hanno un forte legame con l’immaginario visivo del secolo scorso riproposto come oggetto del nostro “inconscio ottico”.
 
Foto di Giacomo Favilla
MG Oramai digerito. Non parto quasi mai da un’idea di progetto nel momento in cui mi approccio alla tela, al legno, alla parete o all’installazione. Ho un’idea di base, so da dove parto, non so poi alla fine dove finisco. C’è un’evoluzione in corso. Spesso parto da frasi sentite o da un testo di una canzone che sto ascoltando e da lì inizio a costruire sopra, sfruttando quelle cose che posso aver sentito, mischiandole.

ARC Utilizzi frasi, filmati e immagini già esistenti. Qual è la causa che ti muove?
MG Sì, il meccanismo è renderli miei e dargli un’altra chiave di lettura. Vedo, mangio, mastico e poi sputo. Sputo quello di cui non ho bisogno, trattengo quello che mi interessa e gli do una forma in base a quello che voglio comunicare. Come se mi dessero quattro tasselli e mi dicessero rappresenta una macchina: in qualche modo ci devo riuscire.

ARC Nella collaborazione con Buzz Kill si fa riferimento al caso, alla casualità. Quanto questo elemento condiziona il progetto, quanto invece c’è di scelta.
 
Foto di Giacomo Favilla
MG Di casualità nel mio lavoro ce n’è molta. E’ una casualità controllata, ma faccio molto caso al caso.
Ad esempio, l’installazione delle mani, nel momento in cui abbiamo installato tutte le mani abbiamo deciso di posizionarle a diverse profondità, staccandole dal muro e una volta messa una luce per illuminare la stanza ci siamo resi conto che era stupendo vedere le ombre. Premetto che a me piace l’utilizzo dell’analogico. L’idea di far girare un piatto costruire una maschera, più che casuale è stato un’intuizione. 

ARC La camera mi ha fatto pensare al teatro delle ombre cinesi, le tecniche arcaiche di proiezione e gli spettacoli pre-cinema.

Foto di Giacomo Favilla
MG Sono molto affascinato dai sistemi arcaici di proiezione, al circo dei primi del Novecento. Tecniche un po’ grottesche, la lanterna magica. Mi sento molto vicino a questo mondo. E se vogliamo la gradevolezza estetica mi serve come veicolo per arrivare a tutti, perché in realtà i temi sono molto meno leggeri.

ARC Nel tuo lavoro l’aspetto estetico non è un aspetto marginale o sbaglio?
MG Ho un approccio al mio lavoro molto semplice. Abbiamo costruito questa mostra addosso ad una città che comunque è un po’ difficile, a volte dura nei commenti. E’ la prima mostra che faccio a Livorno e tra noi ci siamo detti, bisogna spaccare. Grazie a Buzz Kill mi è stata data l’occasione di avere uno spazio bellissimo, così ho buttato dentro tutto quello che mi piaceva venisse visto.

 ARC Che risposta c’è stata da parte della città? Ho notato molti giovani, cosa assai strana a Livorno, almeno alle mostre.
Foto di Giacomo Favilla
MG Molti giovani, ha colpito anche me. Come capirai è stato facile incontrare un pubblico così in Svezia, a Berlino, Londra e in altre città dove l’utenza era molto giovane e soprattutto era la maggior parte di quelli che compravano. Uno dei complimenti più belli che c’hanno fatto l’altra sera è stato “E’ una cosa che non abbiamo mai visto a Livorno”, poi si è creata una sorta di comunicazione con Egg. Con loro che mandavano le persone su e dicevano “andate a vedere”. Qua sopra che si era creato un salotto, un posto dove era piacevole stare.

ARC Ho saputo della tua mostra in questo modo, ero da Egg, mi hanno detto che avevano aperto letteralmente una finestra di comunicazione attraverso il cortile in modo da passare da uno spazio all’altro. Mi è sembrata una cosa molto bella, un’occasione per nuovi incontri.
MG Mi è sembrato una cosa interessante perché di solito quando vado a vedere una mostra poi ho voglia di lavorare. Questa è una presentazione del mio lavoro alla città, tanti mi chiedevano, quando fai una cosa anche qui. I giorni scorsi abbiamo lavorato tantissimo. Lo spazio è stato assolutamente trasformato. La mostra precedente, quella di Michael Rotondi, era tutta sul muro.
 
ARC A questo proposito come nasce il tuo interesse verso il disegno e la grafica? Mi pare che hai utilizzato spesso l’incisione.
 
Foto di Giacomo Favilla
MG Sono interessato a tutto ciò che può lasciare un segno. Queste sono xilografie… in realtà ho iniziato a farle per un progetto delle fanzine che hai visto giù, ne ho fatte venti, stampa a mano, per un festival di micro editoria, si chiamava Italianism, alla Ex caserma a Roma, di fronte al MAXXI. Avevo installato una scrivania con tutti i ritagli di fogli, per un mese ho fatto solo quello. Come puoi capire avevo tanto materiale di scarto che ho buttato in un sacco, arrivato qui l’ho svuotato e ho ricostruito la situazione.
Per quel che riguarda l’illustrazione mi ritengo in parte autodidatta. Ho fatto l’istituto d’arte ma indirizzo interior designer, quindi tutto quello che posso buttar dentro lo butto, è tutto ricerca. Il mio negozio di riferimento può essere una ferramenta o un negozio per l’edilizia.
 
ARC Il recupero della xilografia è una necessità tecnica?
 
Foto di Giacomo Favilla
MG E’ una necessità mia di ricreare dei multipli. In questo caso erano dei multipli che sono divenuti pezzi unici, perché ci sono intervenuto a mano annullando l’effetto multiplo. L’illustrazione vera e propria è arrivata dopo.
 
ARC In che occasione?
MG Un anno e mezzo fa, fui incaricato da Poste Italiane di fare il calendario, naturalmente fatto completamente a mano. Avevo dietro Mccann, una agenzia pubblicitaria di Milano che aveva scelto il mio lavoro per questo evento. Erano vent’anni che Poste non faceva un calendario.
Da subito non mi dissero chi era il cliente finale, mi dissero fai una prova. Feci dei bozzetti, anche un po’ rudi… poi mi dissero che avevano accettato ed era Poste Italiane.
Feci tutto a mano: dal layout ai disegni…

ARC Hai lavorato come si faceva prima del computer: disegno, composizione, letterig …
MG Io facevo la bozza, poi Poste approvava. Eravamo rimasti che dalla bozza in bianco e nero poi i colori li avrei scelti io, anche se poi a volte non era proprio così e quando le tavole tornavano indietro per un cambio colore era un problema, io dicevo, va beh c’è Photoshop … no, volevano tutto fatto a mano, assolutamente dovevo rifare la tavola. Quindi tutto ciò che posso riprodurre o meccanicamente o a mano mi affascina.

ARC Sul tuo sito ho visto le valigie, non una idea nuova, se facciamo riferimento alla storia dell’arte ci viene in mente Duchamp. Si capisce che sono altro rispetto a Duchamp, ma il video che presenta la valigia Adolfo Adolfino evidenzia molto bene l’idea della “macchina”, di qualcosa che va al di là di una scatola contenitore di cose. Come nasce l’idea?
Foto di Giacomo Favilla
MG Ne ho fatte una serie di sei, le altre le ho vendute e quella mi è rimasta. Il riferimento a Duchamp me lo fece notare un amico, dopo anni, quella è del 2011. L’idea della valigia nacque nel 2010. Un’idea per rendere una bella cosa itinerante: la chiudo e me la porto via, la apro quando voglio, la faccio funzionare quando voglio. Ero affascinato dai meccanismi, da queste reazioni a catena, dei giochi degli anni Ottanta. La prossima valigia sarà l’allegro chirurgo. Il gioco sarà lo stesso, prendere dei pezzi dentro, ma i pezzi non saranno quelli, saranno altri, il significato sarà altro, poi è un gioco. Il gioco è una costante che rimane nel mio lavoro. Dell’unica rimasta, delle sei che ho già realizzato, mi venne d’idea di farne un video, ho contattato Giacomo Favilla, un fotografo bravissimo e con lui ho creato il video in stop motion. Il mio approccio al video è questo. 

ARC Nonostante l’aspetto drammatico che ne viene fuori, dal significato simbolico alle distorsioni, l’elemento gioco è molto chiaro anche nelle due installazioni: le ombre, il giradischi, il movimento.
 
Foto di Giacomo Favilla
MG Una persona che segue il mio lavoro da tempo mi ha detto che si aspettava di venire qua e trovare un circo felice, ha trovato una situazione un po’ austera. In realtà il circo è il solito, i personaggi possono essere cambiati, c’è stata una maturazione, avevo bisogno di focalizzare alcune cose. Da un punto di vista simbolico è un livido. Ad esempio nella prima installazione “Naufragio”. Naufragio è una definizione che utilizzo spesso, ha più significati, dal letterale naufragio in mare, al simbolico naufragio della vita. La cosa che mi affascina di più dell’ombra è che l’oggetto non è mai fedele all’ombra che viene prodotta, mi piace questa distorsione, mi piace che possa sparire e non riuscire a capire la reale forma dell’oggetto.
 
ARC

 
VIDEO
 



[1] Marco Magnani, Tre scritti sull’illustrazione, a cura di Paola Pallottino, Pagine d’Arte, Lugano, 2005, pp.56-57